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“Autoritratto” Rembrandt van Rijn

 

Ho scelto di inserire questa opera pittorica all’interno del mio sito ufficiale perché
questo ambizioso artista olandese, caratterizzato da una pittura a tinte cupe e da molti autoritratti, nato a Leda nel 1606 e morto ad Amsterdam nel 1669, fu protagonista della cosiddetta “Età dell’Oro del ‘600 Olandese”, un periodo di grande ricchezza economica che registrò il record assoluto per quanto concerne il P.I.L. (Prodotto Interno Lordo).

Questo, a parer mio, per un fatto esulante da questioni economiche puramente legate al- Colonialismo Olandese, allora agli albori (agli inizi): il fatto che l’Olanda di quel tempo, di matrice Calvinista, decise di staccarsi dal controllo politico-economico dalla Chiesa Vaticana.

 

Lo stesso Rembrandt poté beneficiare di tutto quel benessere economico, arricchendosi molto grazie al suo indubbio genio pittorico.

 

Le sue numerose e sfortunate vicende, però -lutti personali e, soprattutto, l’impossibilità, verso fine vita, di vendere le sue opere- fecero sì che morisse in povertà.

“La colazione dei canottieri” – Pierre-Auguste Renoir

 

Questo è il mio quadro preferito del mio pittore preferito: “La colazione dei canottieri” di Pierre-Auguste Renoir, genio Impressionista francese nato a Limoges, città delle famosissime ceramiche, nel 1841, e morto a Cagnes-sur-Mer nel 1919. Questa sua opera, da molti criticata per scarsità di talento nel disegno e per mancanza di realismo, di rappresentazione della realtà così com’è, incarna alla perfezione lo scopo che l’Impressionismo di fine ‘800 volle cercare di ottenere, cioè quello di raccontare la vita in chiave dinamica, concetto che venne successivamente sviluppato, quasi esasperato, dalle cosiddette “Avanguardie Espressioniste”di inizio ‘900.

 

“La colazione dei canottieri”, databile 1880-1882, descrive le gesta di amici e conoscenti di Renoir, tra i quali due canottieri, impegnati a mangiare e a conversare, in un assolato pomeriggio, sotto la veranda di un ristorante lungo-Senna di Parigi. Questa tela volle cercare di essere un primo, tiepido atto di ribellione, oltreché nei confronti del realismo pittorico, anche nei confronti del Naturalismo letterario di Emile Zola, “il Giovanni Verga di Francia”. Nel guardare questa meraviglia artistica, ora “coccolata” nella “Phillips Collection” di Washington DC (District of Columbia), vengo rapito dalla continua alternanza “colori freddi-colori caldi” e dalle molte rappresentazioni di movimento, amplificate ulteriormente dal “bianco-STOP” della tovaglia.

 

Le uniche due persone che non danno l’idea del movimento, in posizione passiva e sempre in “bianco-STOP”, sono i due canottieri: uno seduto e l’altro in piedi, appoggiato alla ringhiera. Questi due sportivi hanno una caratteristica che, però, li distingue da tutti gli altri i soggetti rappresentati: la loro visibile muscolatura che ne dimostra la dinamicità (della serie “dimostro che mi muovo anche quando mi riposo”) .

 

Altri particolari che noto in questa opera: -altre due persone ad essere poco più che passive, cioè il signore in piedi, leggermente chinato, a destra del tavolo apparecchiato, e la signora in fondo, chinata sulla ringhiera, sono vestite in poco più scuro di “bianco-STOP”. -Il “pesce fuor d’acqua” di questo quadro, cioè l’unica persona seduta quasi di spalle, in atteggiamento poco più che passivo: 1. è posto al centro del quadro. 2. è quasi invisibile in volto. 3. è vestito in modo diverso da tutti gli altri e, a differenza degli altri passivi o poco più, non è vestito di “bianco-STOP” o di poco più scuro di “bianco-STOP”, bensì in marrone.

“L’italiana” – Pablo Picasso

 

Non trovo quasi parole per descrivere quello che ha rappresentato, per il mondo dell’arte pittorica, la figura di questo rivoluzionario ideatore spagnolo.

 

Nato a Malaga nel 1881 e morto Mougins (Francia) nel 1973, la vita di quello che considero “Il più Genio tra i geni” è stata contrassegnata da una miriade di esperienze, sia positive che negative, e da una sua continua voglia di ricerca e di miglioramento. Non era propriamente uno che si accontentava, il turbolento Pablo… anche a costo di insultare la sua terra natia, “mandando al diavolo” l’architetto modernista catalano Gaudi (progettista della “Sagrada Familia” di Barcellona in stile “foresta”) in una lettera inviata, da Parigi, ad un amico.

 

Le sue innovazioni sono state tante e il suo talento artistico, a mio avviso, non ha pari nel mondo. A tal proposito, un aneddoto, legato a questo straordinario artista spagnolo: era in grado di realizzare un ritratto al minuto, senza neppure staccare la matita dal foglio.

 

Attraverso ciò di cui ho appena scritto, vorrei spiegare, nel mio piccolo, il perché della singolare rappresentazione stilistica dei ritratti di Picasso, rappresentazione ben visibile in questo suo ennesimo capolavoro artistico, “L’italiana”, datato 1917. Dico la mia onestà verità: prima di avvicinarmi alla mia grande passione per l’arte pittorica (sono uno che, quando visita le mostre d’arte pittorica, rimane incantato ore intere, a guardare i capolavori esposti… e questo, i miei più cari amici ben lo conoscono), pensavo che Picasso fosse un “extraterrestre”.

 

Nella mia abissale ignoranza, ora divenuta profonda, non riuscivo a dare, al modo Picassiano di interpretare il ritratto, una mia plausibile spiegazione. Poi, grazie al mio amico nervesano Marco Marinelli, grande appassionato d’arte nonché esperto fotografo, ho iniziato a capirci un qualcosa. Picasso ritrae i soggetti in questo modo perché dice che il pittore ritrattista, nel corso del suo dipingere il soggetto da rappresentare, si sposta, e quindi guarda la persona da ritrarre da varie angolazioni, da vari punti di visione.

“Ritratti di Marilyn Monroe” – Andy Warhol

 

Ho scelto di inserire questo poliedrico (tuttofare) artista statunitense all’interno del mio sito, non perché mi piaccia, bensì perché mi ritengo, nel mio piccolo, “un alter-ego (contrario) di Andy Warhol”.

Provo a farmi intendere. Lo scopo di questo artista, nato a Pittsburgh (Pennsylvania) nel 1928, Pittsburgh, la “città del ferro”, più precisamente dell’acciaio (“Iron City”) nonché città che ho inserito all’interno del mio secondo libro, “Dov’è pazzia?”, e morto a New York nel 1987… dicevo, lo scopo di questo maestro-artista “Pop art” era quello di utilizzare le sue opere per “farne un fascio”, cioè per “massificare” le persone, per cercare di renderle, come vogliono cercare di fare gli odierni Mass-media, uguali. Questo, per un fatto: più le persone sono uguali, più risultano manipolabili, influenzabili.

 

La mia visione della cultura, invece, è proprio l’esatto opposto. Ritengo, cioè, che le persone siano tutte diverse e, per questa mia opinione, le rispetto per queste loro diverse unicità. Infatti, cerco di scrivere sì, per tutti, ma tenendo conto che tutti noi siamo diversi e che tutti noi abbiamo diverse esperienze e diverse interpretazioni personali, anche delle stesse vicende. E che se conosco tre modi per scrivere un termine, per mio dovere morale nei confronti del contadino del mio paese, Nervesa della Battaglia, il quale non ha potuto studiare per motivi economici, anche se gli sarebbe piaciuto tanto, devo, e sottolineo devo, scriverli tutti e tre o, almeno, se ne scrivo uno di difficile comprensione, provare a spiegarglielo… altrimenti ha ragione lui.

 

Quindi… “cari artisti della “Pop art”, tenetevi pure il vostro “mondo di bottiglie plastica in serie”. Il mio mondo è tutto un altro mondo”.